INTERVISTA DAVIDE CRANCHI : M.F.A. MAGAZINE
IL PRINCIPIO DI TUTTO !
Il pensiero, il percorso e l'identita' dietro un magazine che sta per nascere!
1) Presentati !
Mi chiamo Davide Cranchi e, nella mia vita, ho sempre creduto in una cosa molto
semplice: che i progetti veri non nascano per occupare uno spazio, ma per lasciare un
segno.
Sono un imprenditore italiano che vive a Taiwan, ma prima ancora sono una persona che ama costruire ponti là dove altri vedono soltanto distanze. Ponti tra culture, tra persone, tra mondi che all'apparenza sembrano lontani e che invece, quando trovano la lingua giusta, scoprono di poter camminare nella stessa direzione.
Nel corso del mio percorso ho dato vita a realtà diverse, ma unite da una stessa visione:
creare valore, creare connessioni, creare futuro. Da una parte il mondo dell'impresa e della comunicazione internazionale, con NOOFC, dove ho portato avanti un'idea di marketing non come semplice pubblicità, ma come forza strategica capace di dare identità, presenza e autorevolezza ai progetti. Dall'altra, il mio impegno associativo e culturale a Taiwan, dove ho voluto costruire un punto di riferimento per gli italiani e, allo stesso tempo, una porta aperta per tutti i taiwanesi che guardano all'Italia con curiosità, rispetto e passione.
Io credo molto nel valore della rappresentanza. Credo che ogni persona, quando agisce
con serietà, non rappresenti mai soltanto sé stessa. Rappresenta una storia, una cultura,
una sensibilità, un modo di stare al mondo. E io, da italiano a Taiwan, ho sempre sentito
il dovere e anche l'onore di portare con me un certo stile: quello della visione, della
qualità, della parola data, dell'ambizione accompagnata dal gusto per le cose fatte bene.
Ma accanto all'imprenditore c'è anche l'uomo che osserva, che crea, che sente. Perché io
sono anche artista, e l'arte mi ha insegnato che non basta costruire qualcosa che funzioni:
bisogna costruire qualcosa che parli, che emozioni, che resti. È forse proprio da questo
incontro tra impresa e sensibilità, tra strategia e intuizione, tra concretezza e
immaginazione, che nasce il mio modo di vedere il mondo.
Negli ultimi anni ho sentito sempre più forte anche un'altra responsabilità: quella verso i giovani. Perché una società che non sa offrire ai ragazzi ideali, strumenti, disciplina,
esempi e occasioni vere, è una società che rischia di perdere la propria direzione. Ed è
per questo che guardo con convinzione a tutto ciò che può educare, formare, elevare: la
cultura, la lettura, la comunità e i giochi di squadra, in particolare il calcio.
Per me il calcio ha un fascino unico, perché è forse il gioco di squadra che più di ogni altro mette in campo strategia, visione, intelligenza, sacrificio e senso collettivo. È un gioco rapido, dinamico, si sviluppa in uno spazio ampio, cambia volto in un istante, e proprio per questo non perdona l'individualismo. Se non sai davvero giocare con gli altri, se non sai leggere i movimenti, se non sai fidarti, aiutare, coprire, aspettare e ripartire
insieme, diventa molto difficile giocare bene.
Ed è proprio qui che il calcio rivela la sua grandezza: non è soltanto tecnica, non è soltanto corsa, non è soltanto talento. È armonia tra persone. È il luogo in cui il talento
individuale incontra la disciplina collettiva. E quando questo accade, accade qualcosa di
straordinario: non cresce solo il giocatore, cresce la persona.
Ecco perché i progetti a cui tengo di più sono sempre quelli che hanno un'anima. Quelli che non inseguono semplicemente il successo, ma cercano di meritarselo. Quelli che non si limitano a produrre risultati, ma vogliono generare significato. Quelli che non si
accontentano di apparire, ma vogliono incidere davvero nella vita delle persone.
Se dovessi dire in poche parole che cosa mi guida, direi questo: la volontà di costruire con coraggio, con eleganza e con visione. Perché nella vita, come nel calcio, si può anche avere un buon attacco, si può avere fantasia, si può avere tecnica. Ma se manca la visione di gioco, se manca la capacità di leggere il campo, se manca il senso della squadra,
non si va lontano.
Io continuo a credere che il futuro appartenga a chi sa unire mondi diversi, a chi sa
parlare alle persone con sincerità, a chi sa trasformare un'idea in un progetto e un progetto in una realtà. Ed è esattamente questo che, ogni giorno, provo a fare. Perché alla fine, in ogni ambito, vale sempre la stessa regola: la collaborazione vince sempre sulla diffidenza.
2) Nel tuo editoriale parli di una convinzione molto forte: che il calcio possa essere educazione, cultura e comunità. Quando hai capito per la prima volta che poteva essere qualcosa di più di uno Sport?
L'ho capito quando ho iniziato a guardare il calcio non soltanto con gli occhi di chi osserva una partita, ma con quelli di chi osserva le persone. Perché il calcio, quando è vero, non è solo competizione: è carattere, è disciplina, è rispetto del ruolo, è capacità di stare dentro una squadra senza perdere la propria identità.
A un certo punto mi sono reso conto che attorno a un pallone non si formano soltanto giocatori: si formano amicizie, si formano famiglie sportive, si forma persino un modo di stare al mondo. E allora ho capito una cosa molto semplice ma molto potente: il calcio può insegnare ai giovani a cadere e rialzarsi, a vincere senza arroganza, a perdere senza alibi, a convivere con gli altri. E quando una cosa educa il carattere, crea un linguaggio comune e unisce le persone, allora non è più soltanto sport. Diventa cultura. Diventa comunità.
3) Hai sottolineato che questa rivista nasce da una visione condivisa con altre persone. Quanto è stato importante costruire questo progetto insieme e non individualmente?
È stato decisivo. Le cose che hanno davvero valore, quelle che possono lasciare un segno, non nascono mai soltanto da un'idea individuale. Possono partire da una persona, certo, ma per diventare qualcosa di importante hanno bisogno di incontrare altre visioni, altre energie, altre convinzioni profonde.
In questo progetto, per me, è stato fondamentale trovare in Daniel Calvert e Michael Chandler, fondatori di MFA, non soltanto due professionisti competenti, non soltanto due uomini di calcio, ma due persone che guardano nella mia stessa direzione. Ho visto in loro non semplicemente degli allenatori che vogliono vincere, ma delle persone che redono sinceramente in ciò che il calcio può dare a un giovane: disciplina, fiducia, carattere, appartenenza, prospettiva. Ed è proprio questo che ha reso tutto più forte. Quando più persone condividono non solo un obiettivo, ma anche un significato, allora il progetto cambia livello. Non è più un'iniziativa personale: diventa una costruzione vera, solida, credibile. Io credo molto in questo principio: il talento individuale può accendere una scintilla, ma solo una visione condivisa può trasformarla in una fiamma che dura nel
Tempo.
4) Dici chiaramente che non volevi una rivista fatta solo di risultati e classifiche. Cosa manca oggi, secondo te, nel modo in cui il calcio viene raccontato?
Manca l'anima. Troppo spesso oggi il calcio viene raccontato come un flusso continuo di numeri, polemiche, prestazioni, classifiche, algoritmi dell'istante. Tutto veloce, tutto rumoroso, tutto consumato in pochi secondi. Ma così si perde la parte più importante: il significato umano del calcio. Io non contesto il risultato. Il risultato conta. Guai a pensare il contrario. Ma il risultato, da solo, non spiega nulla. Non racconta il sacrificio di un ragazzo, non racconta la pazienza di un genitore, non racconta il lavoro silenzioso di un allenatore, non racconta il valore educativo di un gruppo. Oggi si parla troppo del "quanto" e troppo poco del "perché". E invece il calcio merita di essere raccontato
anche come scuola di vita, come specchio sociale, come luogo in cui una comunità si riconosce.
5) Hai fatto una scelta controcorrente puntando sulla carta. Perché oggi, in un mondo digitale, consideri la carta quasi un "atto di eleganza"?
Perché la carta, oggi, è quasi una forma di rispetto. Rispetto per il contenuto, rispetto per il lettore, rispetto per il tempo. Nel digitale tutto arriva insieme: notifiche, messaggi, richiami continui, distrazioni di ogni genere. È un mondo che spesso non ti lascia il tempo di fermarti davvero. La carta, invece, ti restituisce quello spazio. Ti permette di leggere, di pensare, di apprendere, di soffermarti su una frase senza essere interrotto ogni istante da un suono, da un avviso, da un messaggio che ti porta altrove.
Per me questo è un punto centrale. Una rivista cartacea non mi rincorre, non mi strattona, non cerca di rubarmi l'attenzione con l'ansia dell'immediato. Mi invita a entrare in un tempo più serio, più ordinato, più profondo. E in questo, sì, io vedo un atto di eleganza. Perché l'eleganza non è soltanto estetica: è anche misura, qualità, attenzione, capacità di dare valore alle cose senza urlare.
Scegliere la carta oggi significa anche affermare un'idea precisa: non tutto deve essere consumato in fretta. Alcuni contenuti meritano di essere letti con calma, compresi fino in fondo, quasi custoditi. Ecco perché, in un'epoca che corre senza sosta, io considero la carta non una nostalgia del passato, ma una scelta moderna e coraggiosa.
6) Parli di lettura come esperienza più lenta e profonda. Pensi che questa lentezza possa avere anche un impatto sulla crescita dei giovani?
Sì, lo penso con grande convinzione. Anzi, ti dirò di più: oggi la lentezza, per i giovani, non è un limite. È una forma di educazione interiore. Viviamo in un tempo in cui i ragazzi vengono continuamente sollecitati, distratti, spezzati in mille frammenti di attenzione. E una mente frammentata fatica a diventare una mente forte.
La lettura lenta insegna concentrazione, insegna profondità, insegna persino il gusto della
complessità. Un ragazzo che impara a leggere bene impara anche a pensare meglio, a scegliere meglio, aparlare meglio. E chi pensa meglio è più libero, meno manipolabile, più capace di costruire il proprio futuro. Per questo io considero la lettura non come un'abitudine secondaria, ma come un allenamento della coscienza.
7) La rivista include una sezione tecnica pensata anche per i genitori. Quanto è importante, per te, riportare il calcio dentro la relazione familiare?
È importantissimo, perché il calcio giovanile non si gioca solo in campo. Si gioca anche a bordo campo, in macchina dopo l'allenamento, a tavola, nel modo in cui un genitore guarda un errore o una sconfitta. Se vogliamo davvero far crescere bene un ragazzo, dobbiamo far crescere anche l'ambiente che lo accompagna.
Per questo ho voluto una sezione tecnica che parlasse anche ai genitori. Non per trasformarli in allenatori, ma per renderli alleati del percorso educativo. Un genitore che capisce meglio il gioco, i tempi di crescita, il senso dell'errore, la logica della formazione, diventa un sostegno più intelligente e più utile. E quando famiglia e calcio smettono di essere due mondi separati e iniziano a parlarsi, il ragazzo cresce con più equilibrio, più serenità e più forza.
8) Dici che oggi siamo spesso vicini fisicamente ma lontani mentalmente. Il calcio può davvero diventare uno strumento per colmare questa distanza? Come?
Assolutamente sì. Perché il calcio, quando è vissuto nel modo giusto, costringe alla presenza. Alla presenza vera. In campo non puoi essere altrove con la testa. Devi ascoltare, devi intuire, devi fidarti, devi sacrificare qualcosa di tuo per il bene di tutti. È una straordinaria palestra contro la solitudine mentale del nostro tempo.
Ma c'è di più. Il calcio crea occasioni autentiche di incontro. Fa parlare i figli con i padri, i genitori con gli allenatori, i ragazzi tra loro, le famiglie tra loro. Ricostruisce un tessuto. Trasforma la vicinanza fisica in esperienza condivisa. Oggi abbiamo case piene di persone e, troppo spesso, silenzi pieni di distanza. Il calcio può rompere questa distanza perché rimette al centro il gesto, lo sguardo, la fiducia, la responsabilità reciproca. In una parola: la relazione.
9) Hai voluto inserire una sezione dedicata alla storia e cultura di Taiwan. Perché hai sentito il bisogno di collegare il calcio alla conoscenza delle radici e dell'identità?
Perché io credo che un giovane, per crescere davvero, non debba conoscere soltanto il campo su cui gioca, ma anche la terra su cui cammina. Conoscere la storia del proprio Paese, sapere cosa ha attraversato, quali difficoltà ha superato, quali sacrifici sono stati necessari per arrivare fino a qui, significa costruire dentro di sé una coscienza più profonda, più forte, più vera.
Ho voluto collegare il calcio alla storia e alla cultura di Taiwan proprio per questo: perché non esiste identità sportiva senza identità umana. Un ragazzo che conosce le proprie radici non è solo più consapevole, è anche più motivato. E quando un giorno si troverà a competere a livelli più alti, non porterà in campo soltanto se stesso, ma porterà nel cuore il proprio Paese, la propria gente, la propria storia.
E io penso che questo faccia una differenza enorme. Perché quando lotti e sai per che cosa stai lottando, lotti meglio. Lotti con più fame, con più dignità, con più forza. Non giochi soltanto per vincere una partita: giochi per dare orgoglio al Paese che ti ha cresciuto, che ti ha formato, che ti ha dato la possibilità di arrivare fin lì.
Per me questo è un punto fondamentale: il calcio non deve staccare i giovani dalla loro identità, deve semmai rafforzarla. Deve aiutarli a capire che rappresentare un luogo, una cultura, una storia, non è un peso: è un privilegio. Ed è proprio da questa consapevolezza che può nascere non solo un atleta migliore, ma anche una persona migliore.
10) Chiudi con una frase molto importante: "il gioco di squadra vince sempre". Cosa significa davvero, oggi, fare squadra nella vita oltre che nello sport?
Significa capire una verità molto semplice, ma anche molto grande: da soli si può forse andare più in fretta, ma solo insieme si può costruire qualcosa che duri davvero. E questo vale nello sport, nel lavoro, nella famiglia, nella società. Vale ovunque ci sia qualcosa di importante da difendere, da far crescere, da portare avanti.
Fare squadra, oggi, significa uscire dalla logica dell'io e avere il coraggio del noi. Significa mettere il proprio talento, la propria forza, persino il proprio orgoglio, al servizio di qualcosa di più grande. Perché il vero valore di una persona non si misura soltanto da ciò che sa fare da sola, ma da ciò che riesce a costruire insieme agli altri.
Nel calcio questo si vede in modo chiarissimo: il campione può accendere la luce, ma è la squadra che porta a casa la vittoria. E nella vita accade la stessa cosa. Nessuno cresce davvero da solo, nessuno vince davvero da solo, nessuno lascia un segno importante da solo. Servono fiducia, responsabilità, rispetto dei ruoli, capacità di sostenersi nei momenti difficili e di restare uniti anche quando sarebbe più facile pensare soltanto a sé stessi.
Ecco perché per me dire che il gioco di squadra vince sempre non è una frase di circostanza. È una visione. È un principio. È quasi una regola morale Perché quando le persone imparano a fare squadra davvero, smettono di essere soltanto individui che convivono e diventano una comunità che costruisce.
E quando una comunità costruisce insieme, allora non cresce soltanto un progetto: cresce il futuro.
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